La nuova riforma dei Quartieri

DI CARLO MONTI E GIORGIO TONELLI *

I social network, ogni giorno, ci consegnano una Bologna (ma le altre città non stanno molto meglio) sempre più sfilacciata, dove dominano le solitudini, le domande di protezione sociale e identitaria, nel vuoto di legami comunitari, mentre la politica non riesce più a intercettare i settori sociali perduti, né le generazioni più giovani. Tenta di invertire questa deriva la Riforma dei Quartieri che si apre con l’istituzione dei Gruppi Territoriali di Quartiere (Gtq). Si tratta di strumenti, istituiti dai Consigli di Quartiere, nati per raccogliere visioni e proposte da tutta la città, a cui possono iscriversi e partecipare tutti i cittadini interessati attraverso la piattaforma «Partecipa » che si trova sul sito di Iperbole/ Comune di Bologna a partire dal prossimo 3 novembre. L’intero percorso della Riforma verrà presentato alla città in occasione di un evento pubblico previsto per il 28 novembre. L’obiettivo è rafforzare i sei quartieri come luoghi costituenti del Comune: cuori pulsanti della vita civica, spazi di ascolto, partecipazione, co-produzione e co-gestione del bene comune. La «goverance» del processo prevede, fra gli altri, un Comitato Scientifico di cui fanno parte: Giulia Allegrini, Marco Castrignanò, Daniele Donati, Fabrizio Mandreoli, Marianella Sclavi, Claudia Tubertini e Federico Chicchi. Il Comitato Scientifico supporterà inoltre il processo di riforma con un’inchiesta sociale sulla zona di Croce del Biacco, scelta per contesto socio-demografico, indici di fragilità sociale ed economica, partecipazione civica, percentuale di edilizia residenziale pubblica. Quando alla fine degli anni ‘60 Bologna avviava l’esperienza pilota dei Quartieri, gli obiettivi indicati dal Libro Bianco di Dossetti (e ispirati da Achille Ardigò) erano sostanzialmente tre, strettamente connessi : l’inclusione dei nuovi cittadini (provenienti dalle campagne e dal sud) e la formazione di comunità solidali, la partecipazione allo sviluppo della città, il decentramento amministrativo. A Bologna l’accorpamento dei Quartieri (dai 15 del 1961 ai 6 del 2015) li ha portati a dimensioni confrontabili con quelle dei Comuni dell’Area Metropolitana. Anche il consolidamento organizzativo dei quartieri intorno al ruolo centrale del direttore e l’ampliamento dei compiti di sportello alla popolazione, hanno portato una maggiore efficienza ma hanno anche contribuito a un’immagine di progressiva perdita di peso della partecipazione e degli obiettivi di coesione sociale. Oggi la riforma dei Quartieri si può porre due obiettivi diversi ma convergenti: da un lato la maggiore efficienza dei servizi alla popolazione, l’automazione sempre più diffusa, la rapidità delle decisioni sono aspetti che comportano crescente accentramento ed emarginazione di alcune parti di popolazione (anziani, cittadini con povertà educative, residenti stranieri), dall’altra l’occasione di costruire una nuova coesione sociale, raccogliendo partecipazione, in primo luogo dei giovani, intorno a un’idea di nuova città. «È chiaro che in questa attività di “rianimazione” della città – riflettono alcune realtà anche alla luce delle conclusioni della “Settimana sociale dei cattolici” di Trieste dello scorso anno – un ruolo importante dovrebbero averlo i cattolici, cogliendo un’occasione, forse irripetibile, di rivitalizzazione delle parrocchie sui temi concreti della vita dei cittadini». «Dopo un periodo di scelte annunciate – come evidenziano alcuni cittadini – a Bologna si può e si deve aprire una nuova stagione di dialogo. Ben venga l’avvio del dibattito attraverso i Gruppi Territoriali di Quartiere ma è auspicabile un dialogo su cose concrete. Non è tempo per presentazioni di fronte ai soliti professionisti della partecipazione o all’opposto di sterili scontri con professionisti della contestazione. Bologna merita di più».

* Istituto «A. De Gasperi »