Di anziani nel NT non si parla molto, tuttavia si possono trovare alcuni testi significativi riguardo all’importanza di questa età. Vi sono personaggi emblematici di ciò che, in una concezione di vita cristiana, ci si attende dalla personalità e dal comportamento di un anziano – è il caso dei passi citati dell’evangelista Luca –, e soprattutto nel contesto della comunità ecclesiale, come risulta specialmente da alcuni testi delle Lettere pastorali.
Se i passi dell’Antico Testamento riferiti alla vecchiaia sono assai numerosi, altrettanto non si può dire per quanto riguarda il Nuovo Testamento. La più chiara caratterizzazione di figure di anziani la troviamo nel Vangelo di Luca, dove spiccano le figure di Zaccaria ed Elisabetta (Lc 1,5-7), i genitori di Giovanni il Battista; Zaccaria è un sacerdote, Elisabetta è pure di stirpe sacerdotale, e non hanno figli, essendo lei sterile, ed entrambi «avanti negli anni» (1,7). La coppia è modellata su di un famoso antecedente biblico, quello di Abramo e Sara (cf. Gen 11,30; 17-18); essi pure «erano vecchi, avanti negli anni» (Gen 18,11). Molto simili sono le parole rivolte dal Signore ad Abramo («C’è forse qualcosa di impossibile presso Dio?», Gen 18,14), e dall’angelo a Maria («Perché non ci sarà nulla di impossibile presso Dio», Lc 1,37): di fronte a Dio, gli ostacoli apparentemente insormontabili alla generazione – vecchiaia, sterilità, verginità – sono destinati a cadere.
È ancora Luca a presentarci due esemplari figure, Simeone (Lc 2,25-35) e Anna (Lc 2,36-38); del primo si dice che era «un uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui», e a lui è attribuito un cantico (Lc 2,29-32) da cui si può dedurre, fra l’altro, che doveva essere allora molto anziano, e che l’aver potuto tenere in braccio Gesù concludeva felicemente l’attesa di tutta una vita. Di Anna si dice che era una profetessa, vedova, di ottantaquattro anni, dedita a digiuni e preghiere (il modello a cui si rifà Luca è Giuditta: vedova, mai più risposatasi, timorata di Dio, e vissuta molto a lungo, cf. Gdt 8,4-8; 16,22-23). Anche Anna loda Dio e «parla del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38). «In Simeone e Anna […] la vecchiaia estrema, successiva ad una lunga esistenza vissuta nell’impegno instancabile per Dio e nell’attesa del compimento della sua parola, diventa il tempo dell’illuminazione piena e dell’esaudimento di tutte le speranze. In nessun caso la vecchiaia segna una fine e un esaurimento, ma apre alla novità e la prepara. Anche nel suo risvolto simbolico, nel suo possibile riferimento all’antica economia, il ‘vecchio’ conserva il suo valore e, in ciò che di meglio gli è insito, non è destinato alla distruzione, ma al rinnovamento»[1].
Nella Lettera a Filemone, Paolo parla di sé come di un «vecchio» (cf. Flm 9) – anche se, all’epoca, doveva avere tra i cinquanta e i sessant’anni –, mentre, in At 26,4ss., egli rievoca varie fasi della sua vita precedente, in una sorta di bilancio che, probabilmente, risale a quando era già avanti negli anni.
Di grande importanza per comprendere il ruolo degli anziani all’interno delle primitive comunità cristiane è un testo della Lettera a Tito, che fa parte delle cosiddette ‘Lettere pastorali’ (1-2Tm, Tt), nelle quali hanno molto spazio norme morali e prescrizioni comportamentali, qui applicate a uomini e donne anziani:
«1Tu però insegna quello che è conforme alla sana dottrina. 2Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza. 3Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 4per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, 5a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata»[2].
«I tratti caratteristici del NT si trovano là dove si parla degli anziani inseriti nella comunità cristiana: è qui che constatiamo come non solo a loro sia attribuito un grande e affettuoso rispetto, come a padri e madri, ma si faccia assegnamento sul loro contributo per la trasmissione alle nuove generazioni dei valori morali e religiosi essenziali per la vita e la crescita della comunità, in tempi in cui sono gravemente minacciate, all’interno, la concordia e la saldezza dottrinale e non è certo indifferente l’immagine che della società cristiana arriva all’ambiente esterno. Da questo punto di vista colpisce il ruolo didattico assegnato in particolare alle donne anziane (Tt). E il gruppo delle vedove, riconosciuto ufficialmente, ha un posto di rilievo per l’assiduità delle preghiere, strumento di intercessione a favore di tutta la comunità, e probabilmente anche per una serie di attività caritative (1 Tm). Questi aspetti possono risultare, anche oggi, tutt’altro che superati»[3].
A cura di Antonio Cacciari
[1] C. Mazzucco, Il Nuovo Testamento, in U. Mattioli ♱ – A. Cacciari – V. Neri [a cura di], Senectus III. La vecchiaia nell’antichità ebraica e cristiana, Pàtron, Bologna 2007, 155.
[2] Tt 2,1-5 (trad. CEI 2008).
[3] Mazzucco, cit., 205.
