Due bambine, undici e nove anni compiuti da poco. Il nonno che chiama per vedere il Papa alla televisione, comprata da pochi mesi.
“…date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa…”
Parole che ricordiamo ancora. Allora non sapevamo che cosa fosse successo quel giorno. Negli anni abbiamo capito che quella non era solo la carezza del Papa, era la carezza di una Chiesa che accoglie, che si fa vicina, che non respinge, chiusa in se stessa e arroccata a gesti e parole lontane.
Due bambine che andavano a Messa la domenica cercando di capire da un messalino che cosa stesse facendo il sacerdote sull’altare, una bambina che con attenzione maniacale pregava cercando di non sbagliare nessuna parola detta in latino perché, come aveva spiegato la suora a catechismo, “ogni errore viene raccolto dal diavolo e messo in un sacco e più ce ne sono, più il peccato è grande”. Quindi attenzione alle desinenze già nel fare il fare il segno della croce: se avessi sbagliato, che cosa le sarebbe successo? Paura, pentimento. A Messa si deve andare e ci si va, magari scambiando due chiacchiere con l’amica di fianco, tanto non si capisce niente.
Poi, un po’ alla volta, qualcosa cambia, anche esteriormente.
In chiesa viene tolta la balaustra che divide i fedeli dal presbiterio, l’altare diventa una tavola e il sacerdote è rivolto verso i fedeli, che ne vedono i gesti, ne capiscono le parole, comprensibili da subito senza bisogno di doverle trovare sul messalino.
Passano gli anni e i canti che accompagnano le celebrazioni coinvolgono l’assemblea, che non se ne sta lì ad ascoltare, come se fosse a teatro, i coristi che elevano il loro canto al Signore.
Forse la mia, come quella di tanti, non è una voce così bella e pura, ma poter dare anch’io lode al Signore che ci ama, sentirsi parte attiva nella celebrazione della Messa è stato un bel passo avanti. A Messa ora non si deve andare, ci si va perché si è parte di una comunità che si ritrova nel giorno del Signore, attorno alla sua mensa.
Poi le esperienze con i gruppi di Azione Cattolica, con i sacerdoti che ci hanno aiutato a crescere nella fede da protagonisti. Ricordo in particolare due giovani seminaristi dehoniani (uno, Lodovico Maule, ora Decano del capitolo della cattedrale di Trento, l’altro, Albino Marinolli, ora a Roma nella chiesa di Cristo Re), che ci hanno insegnato ad accompagnare con il canto le celebrazioni parrocchiali e soprattutto mons. Arturo Testi, un allora giovane sacerdote, per tutti semplicemente Donarturo, che nei campi scuola e nelle riunioni di interparrocchiali ci avvicinava alle letture, alla riflessione, alla liturgia delle ore, al valore del silenzio e che ancora oggi non cessa di essere vicino ai suoi “vecchi” giovani. Un sacerdote che incarna lo spirito di quel Concilio inaugurato, ora lo sapevamo, quel famoso giorno del 1962.
Tutti segni che sono rimasti dentro e che hanno contribuito alla crescita nella fede e, di conseguenza, alla crescita umana di ognuno di noi.
La strada aperta quell’11 ottobre di tanti anni fa è ancora lunga da percorrere e talvolta non solo è da percorrere, ma, purtroppo, da ripercorrere.
Quando la liturgia diventa solo forma e perde la sostanza, quella carezza del Papa si raffredda.
Elena e Laura Biagetti