Non avrei mai pensato che l’essere donna costituisse un ostacolo. Mi parve che tutto questo smentisse quell’aria del Concilio che avevo respirato. E non potevo perdere un anno, in attesa!
Forse, sentendoci parlare con tanto entusiasmo del Concilio, i giovani potrebbero pensare che il 9 dicembre del 65 – il giorno dopo la chiusura – la Chiesa fosse tutta rinnovata… Anch’io l’ho creduto allora.
E il 68, con l’istanza “Vogliamo tutto e subito”, proprio in quegli anni ci autorizzava a pensare che nella Chiesa, che usciva da un tale evento, il cambiamento sarebbe avvenuto tutto e subito….
Non fu esattamente così. La fatica del postconcilio, dovunque, le corse in avanti e le marce indietro, ancora oggi, dopo 60 anni, ci dicono che la strada è ancora aperta, che certe conseguenze sono ancora da scoprire.
A questo proposito vorrei raccontare un episodio personale, di allora.
Quando si chiuse il Concilio io ero appena entrata in Università. Frequentavo la FUCI, inserita nella comunità di san Sigismondo. Non finirò mai di ringraziare di avere vissuto quegli anni in quell’ambiente. Fiorivano proposte di formazione secondo le aperture conciliari: la Fuci nazionale organizzava a Camaldoli settimane teologiche. A Bologna, intorno al centro universitario di san Sigismondo, con l’incoraggiamento autorevole di Lercaro e Dossetti e l’entusiasmo di alcuni giovani preti che godevano con noi di quell’aria primaverile, proliferavano gruppi biblici nelle case, nei pensionati, nelle aule stesse dell’Università. Si tenevano, inoltre, periodicamente piccoli corsi di teologia. Don Tullio Contiero coglieva al volo il passaggio da Bologna di qualche grosso teologo e lo chiamava a parlare nell’aula di Istologia. Il Centro di documentazione di via san Vitale apriva a tutti – quindi anche a noi – certi incontri con personaggi di rilievo: ricordo ancora, ad esempio, una lezione affascinante del padre Jacques Dupont sull’episodio del buon ladrone.
Entusiasta di queste esperienze, quando dovetti scegliere la tesi (facevo la facoltà di Filosofia), la presi in Storia del Cristianesimo e mi trovai fra le mani ancora testi di carattere teologico. Nel giugno del ‘69 mi laureai.
Anni (‘65-‘69) vissuti così e goduti pienamente: è abbastanza comprensibile che facciano venire la voglia di proseguire e di intraprendere in modo organico questo genere di studi. Mi guardai attorno: a Bologna non c’era niente che potesse assomigliare a una Facoltà teologica, se non i percorsi regolari dei seminaristi. Alla scuola della Lumen Gentium e dall’acquisizione di sentirci tutti popolo di Dio, l’idea di studiare insieme ai giovani che si preparavano al sacerdozio non costituiva per me alcun problema.
Accompagnata dall’assistente della FUCI, don Tarcisio Nardelli, chiesi un appuntamento al rettore del seminario, mons. Nevio Ancarani, uomo aperto, colto, interessato al nuovo, formatore intelligente e sapiente.
Autunno del ’69: con don Tarcisio ci troviamo, dunque, da lui.
Io ero emozionata per la decisione che stavo prendendo ed ero anche felice, perché mi aspettavo molto da quel tipo di studi di cui fino ad allora avevo potuto fare solo qualche assaggio, se pure di buona qualità. Mi trovai davanti il rettore imbarazzato e perplesso, ero la prima donna che gli faceva una richiesta del genere: non poteva accogliermi se non dopo avere consultato formalmente i Vescovi della Regione (il Seminario era regionale) e i Vescovi della Regione si sarebbero riuniti qualche mese dopo. Bisognava aspettare…
Ci rimasi molto male: non avrei mai pensato che l’essere donna costituisse un ostacolo. Mi parve che tutto questo smentisse quell’aria del Concilio che avevo respirato. E non potevo perdere un anno, in attesa!
Delusa e indecisa sul da farsi, trovai i Dehoniani che, nel frattempo, mi accolsero nel loro Studentato, senza pregiudizi sessisti. Ricordo il vecchio padre Alfredo Carminati – il preside – e padre Francesco Duci che mi accompagnarono in classe in modo naturale, senza troppe “cerimonie”: anche lì ero l’unica donna, ma non me lo fecero pesare, anzi, parvero contenti e non mi fecero neppure pagare l’iscrizione!
Dopo alcuni mesi, i Vescovi della regione si riunirono e nella primavera successiva mi fu comunicato che ero accettata nel Seminario Regionale.
Di lì a pochissimi anni tante donne sono entrate nel mondo della teologia, hanno potuto studiare /e poi anche insegnare nelle Facoltà romane, hanno spesso portato un contributo femminile, uno sguardo che arricchisce e completa.
E a me viene da sorridere pensando alla mia piccola vicenda!
Giancarla Matteuzzi