A Messa, figlioli!

Le domeniche ‘itineranti’ – Anna Alberigo

Nella ricerca incessante di una liturgia vera e partecipata

La liturgia mi ha sempre affascinato e da piccola pensavo che, se fosse stato possibile per le donne accedere al sacerdozio, quella sarebbe stata la mia strada, perché desideravo celebrare la Messa.

Ricordo ancora oggi il modo di officiare del cardinale Lercaro, perché ai miei occhi di bambina trasmetteva un senso grande intensità e di completezza.

Già prima del Concilio riuscivo a seguire abbastanza bene la celebrazione, perché i miei genitori spesso traducevano per me le preghiere; mentre quello che apprezzai particolarmente fu il fatto che il celebrante finalmente si rivolgesse ai fedeli mostrandosi di fronte, come durante l’omelia.

La nostra esperienza come figli fu quella di una incessante ricerca da parte dei nostri genitori di una liturgia vera e partecipata.

Fino alla fine degli anni ’60 frequentammo la parrocchia di santa Maria Goretti. Don Mario Lodi, infatti, aveva recepito la lettera e lo spirito delle indicazioni del Concilio Vaticano II sulla liturgia, particolarmente incoraggiate dal cardinale Lercaro.

Nel medesimo periodo ci recavamo spesso a Messa all’abbazia di Monteveglio da don Giuseppe Dossetti, anche perché i miei genitori avevano necessità di parlare con lui. Durante i loro colloqui suor Agnese si prendeva cura di me e mi spiegava alcune pagine dell’Antico Testamento che io prediligevo: ricordo distintamente Giuditta e Oloferne e la scala con gli angeli nel sogno di Giacobbe.

Negli anni 1968-69 iniziammo a frequentare S. Procolo. Qui preparavamo l’omelia e altre parti della liturgia tutte le settimane il mercoledì sera. L’omelia era dialogata e le preghiere dei fedeli erano quello che dovrebbero essere sempre, cioè scritte e lette dai cristiani comuni. Si faceva la comunione sotto le due specie.

La liturgia penitenziale era comunitaria e veniva preparata anch’essa con grande cura.

L’esperienza terminò, perché il cardinale Poma non condivideva né la forma né i contenuti dell’esperienza innovativa che veniva portata avanti da don Mario Gambari e dai tantissimi giovani e meno giovani che partecipavano attivamente alle attività liturgiche, di catechesi e di impegno sociale con i ragazzi meno fortunati.

Gli anni dello svolgimento del Concilio riguardano la mia infanzia (6-8 anni).

Ricordo distintamente il grande coinvolgimento e l’impegno dei miei genitori. Mi è rimasto impresso in particolare il fatto che la RAI ci fornì un televisore per vedere le trasmissioni sul Concilio, condotte anche da mio padre (cfr. Il Concilio in diretta: il Vaticano II e la televisione tra informazione e partecipazione di Federico Ruozzi, Bologna 2012)

Anna Alberigo