Mentre a Bologna cominciavo a misurarmi con i documenti conciliari, a partire dalle 4 Costituzioni, a Torino, a mia insaputa, una giovane scolta (la versione femminile degli scout) di nome Annastella, stava seguendo un percorso analogo al mio. Ci conoscemmo nell’estate 1964 ad un raduno e ci sposammo 4 anni dopo, nell’estate 1968.
Possiamo dire che il Concilio è uno dei fondamenti della nostra unione e della nostra fede.
Quando si è aperto il Concilio, nell’ottobre del 1962, avevo 19 anni. Quando si è chiuso, tre anni dopo, ero ventiduenne. In quegli anni ero iscritto all’università, alla facoltà di ingegneria e frequentavo gli scout, nel gruppo BO5 che aveva sede presso il convento di S. Domenico.
Il Concilio si svolse pertanto in una fase della mia vita aperta al futuro e piena di speranze ma anche di dubbi ed incertezze. Debbo ringraziare lo scoutismo ed i miei capi di allora (Augusto Baietti ed un padre domenicano, Felice Lagutaine) che ci (e mi) stimolarono alla lettura dei quotidiani ed in particolare dell’Avvenire d’Italia dove Raniero La Valle, con le sue corrispondenze dal Concilio ci (e mi) aiutava a prendere gradualmente coscienza dell’importanza che l’evento conciliare rappresentava in termini di rinnovamento della Chiesa. Naturalmente era soltanto l’inizio di un percorso (la recezione del Concilio) che ha conosciuto alterne vicende e che non si è ancora concluso ma che ha profondamente segnato la mia vita e quella dei credenti miei coetanei, come dimostrano le testimonianze qui pubblicate. Mentre a Bologna io cominciavo a misurarmi con i documenti conciliari, a partire dalle 4 Costituzioni, a Torino, a mia insaputa, una giovane scolta (la versione femminile degli scout) di nome Annastella, stava seguendo un percorso analogo al mio. Ci conoscemmo nell’estate 1964 ad un raduno e ci sposammo 4 anni dopo, nell’estate 1968.
Possiamo dire che il Concilio è uno dei fondamenti della nostra unione e della nostra fede.
Ma è tempo di abbandonare questi riferimenti autobiografici per dire qualcosa in più su come i documenti conciliari abbiano influenzato la mia vita e le mie scelte.
Dico subito che il documento che mi ha segnato maggiormente è la costituzione pastorale sulla “Chiesa nel mondo contemporaneo”, la “Gaudium et spes”. Lo si comprende se si sfoglia il
volumetto “Costituzioni, decreti, dichiarazioni del sacro Concilio ecumenico Vaticano II” della
Editrice Ancora del novembre 1966, che fa bella mostra di sé (in realtà piuttosto malandato per i sessantanni di uso intenso) nella biblioteca che sovrasta il mio tavolo di lavoro: le 120 pagine della Gaudium et spes sono senza alcun dubbio, senza nulla togliere ad altri documenti come “Lumen Gentium” o “Apostolicam actuositatem” le più sottolineate di tutto il volume.
In particolare i paragrafi letti e riletti nel corso degli anni, e che hanno rappresentato per me un punto di riferimento anche nel mio impegno di laico impegnato in politica e nel sociale, sono il n.43 “L’aiuto che la Chiesa intende dare all’attività umana per mezzo dei cristiani” ed il n. 76 “La comunità politica e la Chiesa”. Nel primo si sottolinea l’importanza dell’impegno dei credenti nelle realtà temporali ed il legame di coerenza tra tale impegno e la vita religiosa e la fede, e si stimolano i laici ad assumersi in tale ambito le proprie responsabilità, tenendo conto della dottrina sociale della Chiesa ma senza attendersi dai sacerdoti soluzioni concrete ai problemi che si affrontano, se non luce e forza spirituale. Viene pure messa in evidenza la possibile differenza di opinioni e di posizioni tra fedeli laici riguardo a problemi di carattere sociopolitico e si ammette un legittimo pluralismo, senza che alcuno possa rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa. Al n.76 si raccomanda l’importanza di avere, in una società pluralistica, una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e di saper distinguere tra le azioni che i fedeli, da soli o in gruppo, compiono in proprio nome come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori.
Come dicevo la “Gaudium et Spes”, e più in generale i testi e lo spirito del Concilio, insieme ad altri documenti come ad esempio la “Octogesima adveniens” (la lettera apostolica che il 14 maggio del 1971 papa Paolo VI scrisse in occasione dell’ottantesimo anniversario della enciclica “Rerum Novarum” di papa Leone XIII, fondamento della dottrina sociale della Chiesa) hanno rappresentato e rappresentano tuttora punti di riferimento imprescindibili del mio impegno di laico nella società.
Paolo Natali