Quasi una rivoluzione copernicana: non più una società piramidale stratificata, ma un popolo, che vuol dire uguaglianza nella diversità e quindi pluralità, storia, dinamicità, evoluzione. “Questo popolo messianico ha per capo Cristo…, per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio … ha per legge il nuovo precetto di amare…, ha per fine il Regno di Dio…, ed è inviato a tutto il mondo”. La base è il sacerdozio santo donato a tutti nel battesimo a somiglianza di Gesù “perché fosse Maestro, Re, Sacerdote di tutti”.
Ricordo con gioia ed entusiasmo la fine degli anni ‘60 e successivi, non solo per l’allora mia giovinezza, ma per l’aria di novità che si respirava nella Chiesa quando approfondivamo i documenti del Concilio Vat.II (certamente non mancava a noi giovani un po’ di presunzione interpretativa-esecutiva). Papa Giovanni XXIII nell’omelia di apertura del Concilio aveva detto che il “punto saliens” del Concilio doveva essere “una penetrazione dottrinale studiata ed esposta nella formulazione letteraria del pensiero moderno” (tema ripreso 50 anni dopo da papa Francesco nella Evangelii Gaudium, chiedendo a tutti i credenti il coraggio di nuovi segni, nuovi simboli, nuovi linguaggi che servono nella evangelizzazione).
Racconto alcuni i pensieri, le novità che allora più mi colpirono e sono rimasti più impressi, approfondendo la “Lumen Gentium”: sono i primi due capitoli: “Il Mistero della Chiesa” e “Il Popolo di Dio” che io ho unito in un unico blocco.
Prima col catechismo di Pio X si affermava che la Chiesa era una società strutturata con in cima il papa, poi i vescovi, i religiosi, i laici e i poi quelli sposati. Una piramide stratificata per compiti e quasi per santità. Adesso si partiva da Gesù il Cristo e dal disegno di Dio seguendo quanto scritto da S.Paolo nella lettera agli Efesini e ai Colossesi: salvare gli uomini “non individualmente, ma volle costituire di loro un popolo”. Quasi una rivoluzione copernicana: non più una società piramidale stratificata, ma un popolo, che vuol dire uguaglianza nella diversità e quindi pluralità, storia, dinamicità, evoluzione. “Questo popolo messianico ha per capo Cristo…, per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio … ha per legge il nuovo precetto di amare…, ha per fine il Regno di Dio…, ed è inviato a tutto il mondo”. La base è il sacerdozio santo donato a tutti nel battesimo a somiglianza di Gesù “perché fosse Maestro, Re, Sacerdote di tutti”.
Come rapportarsi allora al sacerdozio ministeriale? Nella distinzione sono “ordinati l’uno all’altro, perché ognuno, a suo proprio modo, partecipa all’unico sacerdozio di Cristo.” L’indole sacra di questa comunità sacerdotale si attua per mezzo dei sacramenti e qui c’è una rivalutazione del matrimonio e dei ‘poveri’ laici sposati (allora a ciò ero molto interessato come fidanzato e poi sposo) che proprio nella loro vita coniugale si aiutano a raggiungere la santità. La famiglia è riconosciuta come una Chiesa domestica dove si vive il servire nella quotidianità della vita. Questo l’ho vissuto anche come una rivalutazione delle realtà temporali, come è scritto nel libro del Siracide riguardo al lavoro manuale: “essi consolidano la costruzione del mondo e il mestiere che fanno è la loro preghiera”. Sir 38,34
Ossigenazione ed Ebbrezza.
Pierpaolo Ridolfi