Parole, coerenza e verità

Rinunci? Credi? – Giancarla Matteuzzi

La Veglia pasquale di Natalina

La riforma liturgica ci aprì letteralmente a un mondo di significati, e quello che prima era noioso, incomprensibile, per nulla interessante, lontano mille miglia dalla vita, ora diventava luminoso, esistenzialmente significativo.

La riforma liturgica ci rese viva la Liturgia, sarei per dire “ci mise dentro” alla Liturgia…

La mia generazione, che un po’ ha vissuto anche il “prima”, ricorda riti incomprensibili e lontani, anzitutto per la lingua, poi per l’importanza esclusiva che veniva data ai paramenti, agli oggetti, ai gesti.

Nel mio libro di Religione delle medie, ad esempio, il capitolo “Liturgia” era tutto occupato dalla descrizione del colore dei paramenti e dalla presentazione dei vari oggetti liturgici.

Io credevo che la liturgia fosse “quella cosa lì”.

La riforma liturgica ci aprì letteralmente a un mondo di significati, e quello che prima era noioso, incomprensibile, per nulla interessante, lontano mille miglia dalla vita, ora diventava luminoso, esistenzialmente significativo.

Nel nostro gruppo di studenti della FUCI che aveva sede in san Sigismondo era di casa don Enzo Lodi, figura “storica” del rinnovamento liturgico. Con lui era facile entrare nel mistero delle celebrazioni. Studioso della Bibbia, dei Padri e della Tradizione, sensibile agli aspetti antropologici, psicologici, sociali e artistici, con lui ogni gesto, ogni espressione acquistava spessore, aveva un suo “perchè”, entrava nella vita.

Quello che si celebrava nella Liturgia era grazia, ma era anche impegnativo: le parole che si pronunciavano richiedevano coerenza e verità. “Fonte e culmine della vita cristiana” aveva detto il Concilio.

Ricordo una discussione animatissima fra noi giovani sulla lavanda dei piedi: non era una ipocrisia celebrare quel rito se non ci eravamo impegnati nel servizio? E il “rinuncio” e il “credo” della veglia pasquale potevamo dirlo “comunque” o richiedeva una decisione seria che rendesse “vera”la rinnovazione delle promesse battesimali ?

A questo proposito ho un ricordo che mi brucia ancora, legato ad una persona molto cara, che ora non c’è più: Natalina.

Natalina era una mia compagna di facoltà e di corso. Era venuta da Sassari a Bologna per studiare, appoggiata all’Istituto per ciechi Cavazza: era infatti non vedente. Preparavamo insieme gli esami: era utilissimo studiare con lei, perchè io leggevo ad alta voce e dopo la prima lettura lei era già in grado di ripetere, cogliendo il nocciolo del discorso! E trattandosi di saggi di filosofia, questa lucidità era tutt’altro che scontata. Studiando insieme eravamo diventate molto amiche e lei aveva preso a venire in FUCI con me.

Poi ci fu il 68.  Natalina ne abbracciò le istanze con tutta se stessa. Era fra coloro che occupavano la Facoltà, giorno e notte, bloccando lo svolgimento delle lezioni.

In quegli anni lei non diede esami. Io partecipavo alle assemblee, passavo anch’ io tante ore in Facoltà, ma, meno coerente di lei, preparavo gli esami e, quando era possibile, cercavo di sostenerli. Davanti alla sua coerenza e alla sua disponibilità a pagare di persona, mi vergognavo moltissimo!!!

Natalina, a un certo punto, come accadde a tanti sessantottini convinti, lasciò la Chiesa e smise di venire in Fuci.

Ci vedevamo ancora, continuavamo ad essere amiche, ma al di fuori di luoghi ecclesiali.

Una notte di Pasqua la vedo arrivare a san Sigismondo all’inizio della Veglia Pasquale. Fui felice di vederla proprio in quella circostanza. Immaginai un ripensamento.

Le andai incontro abbracciandola: “Buona Pasqua, Natalina!!”

La sua risposta mi gelò.

“Sì, sono venuta alla Veglia apposta per chiudere definitivamente – e comunitariamente – la mia vita di fede. Per rispondere: NO, alla domanda “rinunci?” e “credi”?

Terribile, ma significativo di come la vita era entrata nella liturgia e la liturgia nella vita…

Giancarla Matteuzzi