L’universale chiamata alla santità: abituati a pensare che i santi dei quadri sugli altari fossero esseri un po’ particolari, un po’ fenomeni, ‘merce’ rara, comunque non alla nostra portata, fummo spiazzati da questa prospettiva così vicina e congeniale a ciascuno, un’ipotesi inedita a cui pensare e a cui magari dedicarsi.
Quando si è concluso il Concilio avevo 15 anni. In parrocchia l’Azione Cattolica rappresentò una risorsa particolare di avvicinamento ai documenti conciliari, in particolare alle 4 Costituzioni dogmatiche.
Studenti delle superiori e poi universitari nel gruppo di appartenenza facemmo una marea di scoperte: la comune dignità dei battezzati, tutti figli di Dio e membri del Popolo di Dio, addirittura tutti chiamati alla santità. Abituati a pensare che i santi dei quadri sugli altari fossero esseri un po’ particolari, un po’ fenomeni, ‘merce’ rara, comunque non alla nostra portata, fummo spiazzati da questa prospettiva così vicina e congeniale a ciascuno: un’ipotesi inedita a cui pensare e a cui magari dedicarsi.
Ma ancora di più: scoprire che le diverse vocazioni non erano in graduatoria, dalla più importante alla meno, ma tutte ugualmente strade per diventare santi. Addirittura che i laici, quindi la maggioranza del genere umano, avessero come loro propria chiamata alla santità quella di occuparsi delle cose di questo mondo, ‘ordinandole secondo Dio’, come dice la Lumen Gentium al n. 31: acquisizioni inaudite, entusiasmanti.
Il top dei top (ricordo ancora la percezione di ossigenazione e di liberazione) fu quando mi imbattei in un’affermazione della Gaudium et Spes, al n. 43:
‘Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possano trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali…
…Non si crei perciò un’opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall’altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna’.
Dunque: ero chiamata ad esprimere la dignità di fedele laica, non nonostante gli impegni nel mondo, come se questi costituissero un pericolo, un attentato alla fedeltà della mia risposta alla chiamata del Signore, ma la mia chiamata/risposta si realizzava proprio attraverso ciò che facevo, attraverso ciò che via via vivevo (lo studio, le amicizie, lo sport, il moroso…), quindi potevo godere di tutto, rilassarmi nel senso di rimanere in pace, niente di pericoloso dall’esterno, se cercavo di vivere da battezzata, da figlia di Dio, parte del Popolo.
Il cammino verso la santità non dipendeva solo da quello che facevo in parrocchia, ma dalla coerenza della mia vita intera, in ogni ambiente, nessuna esperienza esclusa.
Ricordo un siparietto simpatico in un’occasione in cui utilizzai questa idea ‘forte’ della salvezza messa a rischio dal trascurare i propri doveri temporali. A un campo-giovani diocesano dell’Ac in estate alcuni dei partecipanti non parevano particolarmente colpiti e mortificati dal fatto che di lì ad un mese avrebbero dovuto affrontare gli esami di riparazione, chi una, chi due, chi tre materie. Sentirsi dire, Concilio alla mano, che non studiare, cioè non compiere il proprio dovere di studenti, faceva rischiare non solo gli esami di riparazione e magari la bocciatura, ma anche la salvezza eterna fece loro strabuzzare gli occhi rispetto ad inconveniente non trascurabile, che non gli era mai passato per la testa. Non c’è dubbio che furono costretti a pensare.
L’utilizzo della parola ‘competenza’ (‘perizia’ secondo la Gaudium et Spes) come uno dei profili del laico cristiano è un dono della complessiva esperienza conciliare: non basta andare a Messa, bisogna essere cristiani come a Messa, traducendo nella serietà e nel rigore dell’essere e dell’agire nella vita quotidiana l’ampiezza della celebrazione.
Beatrice Draghetti