Ricevevamo notizie in pillole, ascoltavamo comunicazioni, un po’ difficili, titoli in latino, parole nuove, discorsi ampli, inediti, lo schermo della televisione ci permetteva di vedere, ascoltare, scoprire: il nuovo ci incuriosiva.
Ricordo… erano gli anni in cui la televisione era da poco entrata nelle case degli italiani di ceto medio e la gente “di paese” prenotava il suo posto per le trasmissioni di routine.
Il Carosello era la porta d’entrata per condividere l’ascolto dei vari programmi in onda: trasmissioni alla portata di tutti, che ritornavano settimanalmente, alcune divertenti, altre con un taglio specifico, altre…
Venne il giorno in cui le notizie portarono alla ribalta un evento straordinario, ecclesiale, storico: ci si chiedeva di che cosa si trattasse e le risposte aprivano un orizzonte per molti insolito, nuovo, difficile da comprendere.
Si parlava di Concilio Vaticano II e chi desiderava sapere qualcosa di più su questo evento si trovava in un campo tutto da esplorare.
L’aveva indetto Papa Giovanni XXIII, il Papa buono, con parole che sembravano coniate da lui, scaturite dalla sua familiarità con lo Spirito Santo, dalla sua fede semplice cresciuta in un terreno in cui la semina era un’azione alla portata di tutti e le stagioni segnavano il tempo del raccolto.
Scoprii più tardi che quell’espressione “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso…” era presa dal libro degli Atti: la conoscenza della Bibbia non era così scontata.
Nel frattempo, sentivo parlare di Concilio, di cardinali, di sessioni, di rinnovamento. Ma ne sapevo ben poco.
Nel 1963 entrai nell’Istituto delle suore Maestre di Santa Dorotea e i programmi su alcuni passaggi del Concilio facevano parte dell’o.d.g. del Noviziato.
Ricevevamo notizie in pillole, ascoltavamo comunicazioni, un po’ difficili, titoli in latino, parole nuove, discorsi ampi, inediti, lo schermo della televisione ci permetteva di vedere, ascoltare, scoprire: il nuovo ci incuriosiva.
Poi la notizia della morte di Papa Giovanni XXIII e una sospensione che creava dolore, curiosità, attesa. Il Concilio era ancora in corso: che cosa sarebbe successo ora?
Lo capimmo ben presto. E giorno dopo giorno cominciammo a conoscere parole nuove: documenti, encicliche, esortazioni apostoliche… e avvertimmo alcune novità anche nel nostro cammino formativo. Ci stavamo aprendo a una nuova immagine di Chiesa, la preghiera aveva una nota ecclesiale più marcata, ci erano offerti approcci guidati ai documenti conciliari, coltivavamo una curiosità sana.
Ricordo con molto piacere il regalo che ricevemmo dalla nostra Superiora generale, Madre Mercede Danesi, che raggiunse ogni suora con i quattro volumi del breviario.
Il libretto a sfondo devozionale fu dignitosamente archiviato e cominciammo a seguire i ritmi delle Ore: i Vespri non erano più l’appuntamento della domenica, ma la preghiera di ogni sera, le Lodi aprivano la preghiera comunitaria del mattino e la Compieta scandiva il termine del giorno che consegnavamo al “Sommo creatore”, insieme, prima di assaporare le ore del riposo.
Cominciarono i corsi, organizzati dalla Diocesi, corsi sulla liturgia, sulla pastorale, percorsi triennali per ottenere il Diploma di Scienze religiose. Si iniziò a parlare di Chiesa locale, piuttosto che di parrocchia, di rinnovamento, di annuncio, di centralità della Parola.
Ecclesiam suam, Dei Verbum, Lumen gentium: capimmo da dove nascevano questi titoli, ci aiutavamo a pronunciarli correttamente e ben presto la nostra piccola biblioteca personale cambiò la sua fisionomia.
Ricordo benissimo il tempo dei miei anni universitari e il passaggio da una preghiera condivisa solo come spazio comune a una preghiera corale, liturgica, con pause da rispettare e con “parole nuove”.
Il ciclostile dello Iuniorato riprodusse il Messaggio alle donne, consegnato da Paolo VI l’8 dicembre 1965, al termine del Concilio. Un regalo per ognuna di noi e una nuova luce sulla nostra identità femminile.
Trascorsero così gli anni della mia formazione iniziale. Ne sono passati molti altri, il volume con i documenti del Concilio Vaticano II fa parte del mio archivio personale, ma la consapevolezza di un’appartenenza ecclesiale più radicata è cresciuta con me, ha segnato la mia missione, il mio cammino spirituale, l’iter della mia Famiglia religiosa.
Non ho mai lavorato in parrocchia, in senso stretto, ma sempre mi sono sentita Suora Dorotea in uscita, mandata, parte di una comunità più grande, religiosa e DONNA.
Suor Assunta Tonini smsd