A lunga distanza constato che, in parte almeno, sul Concilio hanno vinto i conservatori, preoccupati di ogni modernità.
Se gli anziani ricordano il Concilio vuol dire che sono ancora vivi e farne memoria diventa solo più complesso. Perché personalmente mi viene in mente che, prima della Gaudium et spes, c’era stata l’attesa. Infatti, il bisogno del rinnovamento non era sentito solo da Giovanni XXIII: da anni teologi – sempre censurati dalla Curia romana – avevano assunto posizioni critiche sulla tradizione e idee innovatrici rispetto alla dottrina, di fatto ferma al Concilio di Trento. Quando papa Giovanni sorprese il mondo con l’indizione del Concilio e dall’abbazia di san Paolo (1961) i rappresentanti della stampa internazionale diedero la notizia (tenuta nascosta alla Curia), dilagò un’onda di gioia: era, anche se non ci se ne accorgeva, il primo dei “segni dei tempi”.
Il fervore spirituale, ma anche politico nel senso nobile del termine (che è il solo autentico) traboccava in incontri, iniziative, ricerche, nascevano le Comunità di base attorno a don Franzoni, mentre a Bologna, nonostante Lercaro e Dossetti, non fu possibile rinnovare il direttivo dei Laureati cattolici secondo le nuove indicazioni. Mi rendo conto ora dell’ingenuità delle contestazioni progressiste, ma anche delle illusioni di un card. Lercaro defenestrato, di un Bettazzi inviato vescovo a Ivrea (dove rimase fino alla morte), di don Dossetti o del prof.Alberigo e del suo Centro di Documentazione.
Forse ha ragione Alberto Melloni che nel Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia (2014) sottolinea la vulnerabilità dell’identità cattolica, rimasta, quanto a preparazione dottrinale, limitata dal catechismo acritico e condizionato dalla sottomissione alla tradizione. I laici, cioè i battezzati, secondo il nuovo ordinamento dovevano essere consapevoli che la gerarchia era retrocessa dietro il popolo di Dio, mentre il clero temeva di perdere autorità e non era in grado di gestire le parrocchie secondo la libertà dei figli di Dio. Che, secondo Francesco siamo noi, tutti, tutti, proprio tutti. Vero che anche chi presumeva di aver capito tutto, restava passivo.
Così ci furono ritardi. Per esempio l’ecumenismo, cresciuto dopo la scoperta della Bibbia e la relazione con i fratelli maggiori e il Gesù “ebreo”. Poi la frequentazione delle altre confessioni cristiane, fino all’incontro oggi di Leone XIV con la primate anglicana che, per essere una donna, sta causando scissione nell’anglicanesimo tradizionalista.
Gli anni del Concilio erano gli anni del femminismo anche cattolico oggi più avanzato tra le religiose e le teologhe che tra le praticanti: sono le donne delle parrocchie che non hanno curato i loro desideri (e diritti) di battezzate che avevano iniziato un percorso temerario in tempi non ancora preparati all’inclusione delle donne e, figurarsi!, degli esclusi per differenze sessuali ancora tabu.
Leggere l’omaggio alla donna di Paolo VI o al genio femminile di Giovanni Paolo II mostra una Chiesa che negava senza argomentazione teologica l’uguale dignità delle consacrate, pur tenute agli stessi voti dei preti. Il diritto dei poveri e degli immigrati a vivere la Chiesa che è lorolo vediamo nell’ospitalità oggi data concretamente (fece scalpore l’occupazione a Parma del duomo per riempirlo di migranti non accolti).
Il Concilio Vaticano II diventò, di fatto, divisivo: in diverse diocesi si resisteva alla frontalità dell’altare e si censurava la cosiddetta “democratizzazione” della Chiesa. A lunga distanza, constato che, in parte almeno, sul Concilio hanno vinto i conservatori, preoccupati di ogni modernità. La paura fu fuorviante e impedì la moltiplicazione di quelli che Papa Giovanni aveva definito i segni dei tempi. Se l’umanità è destinata a convivere nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà, il mondo del lavoro era ormai consapevole dei propri diritti, le donne erano entrate nella vita pubblica, i popoli si venivano autodeterminando. La fedeltà alla parola del Vangelo si rendeva responsabile del bene comune e la pace, in un tempo il cui il rischio della guerra nucleare era “roba da matti” (alienum a ratione), era priorità per il credente; ma insieme con i diritti sociali di cui siamo tutti responsabili. Mi sento ancora felice leggendo questi documenti della mia Chiesa. Da bolognese, tuttavia, non potevo prevedere che i tre pastori locali che si sono succeduti nel mio tempo – Poma, Biffi e Caffarra – non desideravano rinnovare la Chiesa, preoccupati di una secolarizzazione che proprio la loro abitudine alla tradizione conservatrice stava favorendo.
Giancarla Codrignani