Il Seminario: ottimo punto di osservazione

Memorie del Concilio – don Stefano Ottani

Lo studio della teologia dagli anni ’70 già con i contenuti conciliari

Posso dire di essere stato la prima generazione che ha respirato solo la teologia rinnovata, alimentata dall’entusiasmo della novità, valorizzata dalla memoria ancora presente del passato. Un dono di cui ancora sono riconoscente.

Avevo da poco iniziato la quarta ginnasio, giovanissimo seminarista di quattordici anni, quando si concluse il Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8 dicembre 1965. Conservo ancora nitidissima l’immagine dei “prefetti” (così si chiamavano i giovani che durante gli anni dello studio della teologia nel Seminario regionale venivano designati a fare da animatori al Seminario arcivescovile. A noi sembravano grandi, anche se in realtà avevano tra i 19 e i 24 anni!), che sfogliano la raccolta dei documenti conciliari appena pubblicata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. Era un volume di grandi dimensioni, la semplice rilegatura dei vari numeri della rivista “Il Regno”, che negli anni precedenti aveva pubblicato via via i singoli documenti.

I miei ricordi diretti del Concilio si interrompono qui, perché proseguii il mio cammino nel Seminario arcivescovile prima, poi nel Seminario regionale senza più esserne direttamente coinvolto.

Mi sono reso conto solo successivamente che, invece, la vita della Chiesa stava cambiando e il Seminario era un ottimo punto di osservazione: il 7 marzo 1965 (ero in terza media, entrato da pochi mesi) si era iniziato a celebrare la Messa in italiano. A dire il vero ero già stato introdotto nella mia parrocchia d’origine, S. Matteo della Decima, perché fin dalla quarta elementare facevo da “speaker” (si diceva proprio così!), leggendo al microfono in italiano i testi che il celebrante pronunciava in latino, con la traduzione del Direttorio liturgico per la partecipazione attiva dei fedeli alla santa Messa “A Messa, figlioli” del cardinale Giacomo Lercaro, nostro arcivescovo, negli anni della missione sulla Messa.

Esattamente un anno dopo, nel marzo 1966, la CEI permetteva l’uso del clergyman. Il giorno dopo la decisione il prof. Astenio Vefali si presentò in classe in pantaloni e giacca, segno evidente che lo aveva già preparato in anticipo, contro le previsioni dei più che ritenevano la decisione di là da venire.

Quello però che ora considero il fatto più significativo è l’aver iniziato a studiare teologia nel 1970, cinque anni dopo la conclusione del Concilio, ma sufficienti per travasarne i contenuti nei nuovi testi che si andavano pubblicando. I professori, formati in precedenza, non riuscivano ad astenersi dal fare confronti fra il prima e il dopo, facendoci percepire il privilegio di cui stavamo godendo. Posso dire di essere stato la prima generazione che ha respirato solo la teologia rinnovata, alimentata dall’entusiasmo della novità, valorizzata dalla memoria ancora presente del passato. Un dono di cui ancora sono riconoscente.

don Stefano Ottani