Fase culminante di una vita che prosegue ‘oltre’

La vecchiaia in S. Ambrogio

Un’energia morale capace di vincere le prove più ardue

Ambrogio (Treviri 339 – Milano 397) fu prima retore, poi governatore di una vasta provincia dell’Italia settentrionale, con sede a Milano; di questa città fu poi eletto vescovo nel 374, sia per le sue doti spirituali, sia per le sue capacità politiche nel fronteggiare l’arianesimo, allora assai potente. La sua produzione letteraria è vasta, e spazia dalle opere esegetiche a quelle teologiche, polemiche e morali. Nella conversione di S. Agostino ebbe un ruolo determinante, come questi ci racconta nelle Confessioni.

«Ambrogio non pensò mai a una trattazione organica sulla vecchiaia a margini nettamente delimitati: il suo interesse esclusivo fu teologico-spirituale, in connessione con la sua missione episcopale. Non esaminò i riflessi sociali o politici che investono gli anziani; di essi non considerò le caratteristiche biologiche o le esigenze mediche [non c’è traccia in lui di preoccupazioni geriatriche: se ci sono elementi di una geriagogia, rientrano nel suo ministero pastorale corrente]. Menzionò seniores gestori di iniziative di governo, ma si limitò al fatto contingente, senza inquadrarlo in un sistema, episodio dal quale non traluce nessun barlume di teoria. Gli esempi a cui ricorre derivano dalla Bibbia, e gli interventi imperiali che menziona s’iscrivono nella cronaca e non nella storia.

Per lui la vecchiaia è essenzialmente la fase culminante di una vita che prosegue ‘oltre’, dal provvisorio al definitivo, dalla gara alla corona; non pone antagonismi con la giovinezza, tracciando piuttosto rapporti di preparazione e di disponibilità orientatrice: navigazione tempestosa e porto di quiete. Al di fuori di ogni considerazione di una possibile produttività residua o di costi assistenziali, vede il vecchio come modello e maestro, in grado di fortificare o di sviare; lo apprezza come fioritura di saggezza, inserendo però, nella constatazione, un richiamo alla sua vocazione: il senex autentico è quello che ha compreso la verità, di cui la virtù è proiezione operativa diretta ed il peccato profanazione. La “maturità della vecchiaia”[1] è il luogo della purificazione, in cui le passioni si placano lasciando spazio a una larga serenità intellettuale, la quale vede ad di là di orizzonti che ai giovani fanno barriera. L’indebolimento delle forze fisiche non esclude, per Ambrogio, un’energia morale capace di vincere le prove più ardue, sebbene il temperamento tenda ad ammorbidirsi in una pacata mitezza che ama i toni raccolti dell’intimità e della comprensione umana.

Mentalità ed ufficio trattenevano Ambrogio da ogni astrattismo divagante in fantastiche idealizzazioni o in puri giochi intellettuali autocostruiti lontano dalla concretezza del reale; tuttavia, la pratica quotidiana non lo rinchiudeva nel ‘caso’: l’episodio, in lui, inclinava ad incorniciarsi in visione panoramica. Età e tempi trascendevano facilmente ad emblemi: la vecchiaia propendeva a salire a categoria psicologica o storica; la incana maturitas della persona era sintesi di un’esperienza diuturna che si illuminava in sapienza, mentre quella delle epoche era esaurimento di decadenza, al cui culmine venne ad innestarsi la rivelazione cristiana che arrestò il processo involutivo delle cose, apportando una vitalità non soggetta a sfinimento. La canizie è tipo, prima di incarnarsi in singoli individui: l’età senile (aetas senectutis) è traguardo morale.

Alla vecchiaia, Ambrogio non segna delimitazioni cronologiche, né richiama sfondi sociologici; non insiste sulla sua emarginazione o sul suo scadimento estetico, sebbene vi accenni; la difende, sublimandola in una trasfigurazione spirituale: sua fonte ispiratrice e suo motto didattico è “età senile è una vita senza macchia”[2]; sentenzia “buona è la gioventù, ma la vecchiaia è migliore”[3]: il suo realismo non gl’inibisce un convinto ottimismo. Come pastore, era chiamato ad animare, bandendo ogni pessimismo sterilizzante, e come uomo, nella sanità del suo temperamento e nel suo dinamismo di operatore, era portato a una fiducia che affondava le sue radici nel progetto creativo e redentivo di Dio»[4].

 Antonio Cacciari

[1] Senectutis maturitas: cf. Lettera 75,5; Commento al Salmo CXVIII, 6,30.
[2] Aetas senectutis vita inmaculata: Sap 4,9.
[3] Bona iuventus sed melior senectus (Commento a dodici salmi, Sal 36,60).
[4] F. Trisoglio, Sant’Ambrogio e la vecchiaia, in U. Mattioli ♱ – A. Cacciari – V. Neri [a cura di], Senectus III. La vecchiaia nell’antichità ebraica e cristiana, Pàtron, Bologna 2007, 476-477.